Si potrebbe dire, senza il rischio di essere smentiti, che Georges Rousse (nato a Parigi nel 1947 e apprezzato da tempo a livello internazionale) ha sempre utilizzato la fotografia con grande rigore e per le caratteristiche che le sono più specifiche. Egli evita ogni trucco o deformazione visiva per mettersi di fronte, nel modo più diretto possibile, a ciò che intende riprendere. Si limita a realizzare immagini-prelievo capaci di attestare che qualcosa si trovava proprio di fronte alla sua macchina fotografica nel momento preciso dello scatto. Si è spesso sostenuto che la magia della fotografia risiede nel suo potere di vedere con precisione inflessibile quel che i nostri occhi non hanno mai visto allo stesso modo – e Rousse prende alla lettera anche questa riflessione per metterla in scena con zelo inesausto.

Nelle sue fotografie vediamo dunque l’interno di capannoni e di edifici che, grazie a una perfetta impostazione prospettica (non a caso la fotografia esalta la monocularità dell prospettiva scientifica) si concedono immediatamente a noi in una chiara e pronta lettura visiva. Dentro questi ambienti spesso deserti e fatiscenti, semi abbandonati o in via di demolizione, c’è però qualcosa che contemporaneamente li trasfigura e li trasforma radicalmente. E’ come se questi luoghi divenissero una sorta di cornice che riquadra dipinti immaginifici, con coloratissime composizioni astratte e geometriche, oppure con scritte monumentali o linee danzanti che paiono sospese nello spazio. Osservando con attenzione tali immagini ci si accorge però che questi "quadri" colorati e seducenti non sono stati aggiunti allo spazio preesistente: essi ne sono parte integrante. Rousse infatti, grazie a un complesso lavoro pittorico sulle tre dimensioni che mette in gioco tutti gli artifici della prospettiva, rimodella gli ambienti con il colore fino a creare perfette forme geometriche, monumenti immaginari, composizioni dai colori accesi, che rivitalizzano questi edifici trascurati, spesso sull’orlo della demolizione o della ristrutturazione. Ma li rivitalizzano solo a beneficio della fotografia e del suo inumano sguardo monoculare. Già, perché i dipinti che appaiono nelle immagini di Georges Rousse non sono altro che una sorta di anamorfosi "al contrario", vista cioè dall’unico punto di vista in cui si rivela: quello dell’obbiettivo fotografico dell’autore.

Se prendiamo in esame uno dei quadri con anamorfosi più noto della storia dell’arte – Gli ambasciatori di Hans Holbein – scopriamo che esso si presenta come un’opera doppia pensata per due sguardi differenti e inconciliabili. Visto di fronte il quadro si offre come una raffigurazione di estremo realismo anche nelle dimensioni dei due personaggi. Sospesa diagonalmente sul pavimento, compare però inaspettata anche una figura illeggibile: una sorta di macchia misteriosa in uno stiracchiato foglio di carta. Per svelare il mistero di questa immagine indecifrabile lo spettatore è costretto a un dinamismo forzato: deve spostarsi "fuori dal centro". Solo questa posizione laterale, periferica, infatti, gli rivelerà il segreto: la macchia illeggibile raffigura un teschio dipinto secondo le regole dell’anamorfosi. In quanto decifrabile solo di scorcio, l’artificio prospettico dell’anamorfosi finisce quindi per incrinare e mettere in crisi proprio quella classica percezione prospettica in precedenza osservata. "L’occhio ‘disincarnato’, ricondotto alla gelida astrazione di un punto nei trattati prospettici quattro-cinquecenteschi, con l’anamorfosi torna ad abitare un corpo fisico che interagisce anche attraverso altri sensi con l’ambiente circostante, soprattutto esercitando le proprie capacità motorie" scrivono gli architetti Agostino De Rosa e Giuseppe D’Acuto nella loro ampia ricerca sull’anamorfosi (A. De Rosa, G. D’Acuto, La Vertigine dello Sguardo. Tre saggi sulla Rappresentazione Anamorfica, Cafoscarina, Venezia, 2002, pag.8).

Nelle opere di Rousse, al contrario, il prodigio dell’anamorfosi dispiega tutto il suo illusionistico potere solo davanti all’immobilizzante sguardo della fotografia, che attesta una realtà altra rispetto a quella visibile dall’occhio umano. Se fosse possibile un nostro movimento, o anche uno sguardo binoculare, tutta l’opera messa in scena da Rousse si disgregherebbe in un attimo rivelando brandelli di pitture disposte disordinatamente sulle pareti e le colonne degli edifici ritratti.

Con il suo lavoro composto di fotografia, architettura e pittura, ma anche disegno e scultura, questo autore – le cui immagini sono presenti nelle principali collezioni europee e americane – crea cioè opere ibride e paradossali dove in modo instabile s’intrecciano il reale e il virtuale. La pittura – considerata un tempo una delle arti per l’eternità – diventa nel suo lavoro solo uno strumento per dar vita a un set aleatorio e illusorio, pensato esclusivamente in funzione dello scatto fotografico. L’architettura diviene a sua volta un fondale inesperibile e impercorribile: di fronte alle sue seducenti scenografie verrebbe infatti voglia di muoversi dentro lo spazio per scoprirne i trucchi visivi, invece l’immagine ci paralizza nell’unico punto di vista scelto dall’autore. Quanto alla fotografia, essa viene da lui usata in modo talmente ortodosso da testimoniare solo quel che essa vede, ma non quel che vedrebbe l’occhio umano soggetto a una visione binoculare e proteso a esperire lo spazio.

Le sue perfette anamorfosi "al contrario", anziché mettere in discussione l’oggettività della prospettiva in favore di una visione capace di far baluginare il lato nascosto e invisibile del mondo visibile (come accadeva in quelle antiche), si limitano a mostrare solo se stesse come un miraggio, come un’esca seducente che cattura lo sguardo e lo lascia sospeso tra realtà e immaginario. Da un lato le sue immagini si mostrano infatti come una sorta di trompe-l’oeil, come un velo che non rappresenta altro che un velo, un supporto illusorio. Dall’altra la fotografia ci conferma ambiguamente che ciò che vediamo è vero, perché era lì davanti all’obbiettivo. Lo sguardo dello spettatore viene così immesso in una sorta di cortocircuito paradossale, in un abisso che incrina sottilmente le certezze della nostra stessa percezione visiva. Ciò che invece rimane "certo" è che le opere pittoriche, fotografiche e architettoniche di Rousse trascinano lo spettatore dentro un dispositivo visivo affascinante ed enigmatico, capace di materializzare i sogni dell’artista e di farci sognare