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Ciò che più ha affascinato Ute Eskildsen, curatrice della Collezione Fotografica del Museum Folkwang di Essen, una volta recatasi a intervistare Robert Frank, nella sua abitazione a Mabou in Nuova Scozia, è l'impressionante varietà di cartoline da tutto il mondo, fotografie, oggetti visuali, dipinti, carte sparsi in giro. Questa sua mania di collezionare vecchie scartoffie, ritagli ed immagini fino a creare vere montagne cartacee, nacque tempo fa nella nativa Svizzera. Un'affezione per il tempo trascorso, per le radici, per i ricordi, che vengono coccolati grazie ad una specie di sentimentalismo da cui egli stesso si schermisce: "La memoria ti dà una mano un po' come i sassi in un fiume che ti aiutano a raggiungere l'altra sponda".
Si tratta di piccole cose che hanno una storia e che raccontano di altre vite, trascorse o parallele, rivelando scorci di ambienti o stralci di conversazioni. Acquistati talvolta in negozietti d'antiquariato, tali oggetti stimolano la fantasia dell'artista fino a sedurlo, così da spingerlo a prendere in considerazione quei "gingilli" per arricchire fotografie, collages, immagini filmiche. Frank infatti ama combinare i vari media mescolando elementi fittizi con materiale documentario, amalgamando il mondo esterno con episodi autobiografici. Ne nascono montaggi, fotografie seriali e Polaroid, dove il linguaggio e l'integrazione delle parole divengono essenziali. "Mi interessano le storie che si sviluppano inaspettatamente. Mi basta annusare ciò che già esiste, per poi inventare tutto il resto. Penso che ci si debbano prendere certe libertà".
Frank ama i salti, gli estremi, i contrasti. Ne è una riprova la sua ultima serie fotografica intitolata "Tools", che si chiude con un simbolo di cecità, una pagina coperta di segni Braille. È lo stile tipico di Frank: sollecitare l'interazione tra il visibile e l'invisibile. Un trucco già adottato nella prima scena di The Americans, in cui una bandiera a stelle e strisce sventola celando un volto. Un altro intento di Frank è quello di mostrare cosa succede alla percezione degli utensili di uso quotidiano una volta che li investiamo di significato e di emozioni. "Tools" insegna anche che "la singola immagine non fa più riferimento ad una situazione autentica, ma diventa un oggetto che può essere trasportato e usato come elemento in un collage di immagini".
A stimolare il suo talento, alla fine degli anni Cinquanta, sarà il passaggio dalla fotografia al video e al cinema, e conseguentemente il salto dal lavoro di fotografo svolto in solitudine all'impegno di squadra. "Penso che il film sia qualcosa di più vitale che sia una comunicazione più immediata tra le persone... Le fotografie lasciano troppo spazio alle cazzate". Le opere successive, in particolare, oltre ad essere influenzate dalle tematiche di Albert Camus e dai testi di Bob Dylan e Hank Williams - famosi esponenti della musica country - resisteranno a qualsivoglia catalogazione e categoria, rifiutando le verità facili, l'impiego di un unico medium, e le vuote meccaniche delle pure convenzioni. Hold Still -- Keep Going, edito da Scalo e curato da Ute Eskilden, presenta un'inedita commistione di immagini - talune mai pubblicate - e di spezzoni tratti dai suoi film sperimentali. Si arricchisce di considerazioni pregevoli sul rapporto, ad esempio, tra Frank e la letteratura, con l'intento di svelare l'intimo legame che intercorre tra gli oltre cento lavori pubblicati e i testi dei poeti americani Emily Dickinson e Robert Frost. "Quando la gente vede le mie fotografie" disse Frank nel 1951, "voglio che esse immaginino di leggere un verso di una poesia due volte". La natura e i paesaggi sono protagonisti di tante sue immagini, e non alludono ad uno spazio ben preciso immediatamente identificabile, ma conducono lo spettatore nei luoghi incerti della nostra memoria. Non vedute monumentali ed austere del continente americano, quindi, ma poetici quadri panoramici, come The mail box at the Road to Finblay Point, Mabou, realizzato nell'autunno del '76 insieme alla moglie pittrice June Leaf. Una scena che si sviluppa in orizzontale e che Neil Young sembra descrivere nella strofa: "There is a town in North Ontario, with dream, comfort, memory, despair/ And in my mind, I still need a place to go/ All my changes were there". Versi di consolazione, disperazione, e memoria, ma anche di sogni e di trasformazioni.
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