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Dopo aver ideato immagini per più di 150 campagne pubblicitarie -- spesso per case di moda e di cosmetici in Francia e altrove - Sarah Moon è diventata famosa soprattutto come fotografa di moda ed è in questa veste che il suo nome è stato canonizzato nella storia della fotografia del ventesimo secolo. A differenza di quei professionisti dell'Arte per l'Arte che, avendo avuto abbastanza talento e fortuna da centrare una vena commercialmente percorribile non sognerebbero mai di sbilanciarsi, la carriera di questa fotografa si è distinta per l'amore verso la trasformazione e la continua crescita. La Moon è stata una modella di successo per gran parte degli anni Sessanta fino a quando, nel 1968, ingaggiata dalla Cacharel, creò la sua prima campagna pubblicitaria. Il carattere impressionista, i colori morbidi e delicati e i temi intriganti cominciarono subito ad accogliere consensi presso riviste come Marie Claire, Harper's Bazaar, Vogue, Elle, e Stern. Non trascorse molto tempo dall'impressionante salto nella fotografia che la Moon incominciò ad interessarsi alle qualità narrative dei film e già verso la fine degli anni Settanta i suoi spots pubblicitari apparivano in numerosi festivals europei (vinse il Gran Premio a Cannes nel 1979), mentre verso la metà degli anni Ottanta era nel mezzo di un'ennesima trasformazione che la portò alla produzione di ricerche personali, sia in campo fotografico che cinematografico. L'anno scorso il suo lavoro è stato presentato in un'importante retrospettiva al Centre National de la Photographie di Parigi ed una selezione di quelle stampe è stata portata quest'autunno alla galleria Carla Sozzani di Milano. Tutte le immagini dell'esposizione milanese rappresentano una parte della personale ricerca che è stata al centro della produzione della Moon fin dal 1985: la sua è una affascinante chimera nata dalla fotografia di moda, da cui si allontana di un passo per meglio suggerire allo spettatore "segreti e bugie" di quella magia fotografica.
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TRATTO DA INTERVISTA A SARAH MOON
Pensa che, nel momento in cui limita ciò che sta mostrando, lo spettatore possa cominciare ad interessarsi più al modo con cui l'informazione o "contenuto" è presentato?
S.M.: Apprezzo la qualità anche se mi diverto ad intervenire per farla apparire sbagliata. Mi piace giocare con la grana della fotografia, con la luce, con l'equilibrio fra bianco e nero e così via. Nei miei primi lavori utilizzavo una grana grossa e spesso mi si diceva che questo conferiva alle immagini un aspetto impressionista. Il mio desiderio di rendere belle le stampe con quella tecnica era in qualche modo un tradimento di come vedo oggi la fotografia e di quello che da essa mi aspetto.
La sua ricerca per la qualità ora comprede la manipolazione digitale?
S.M.: Non me ne servo spesso, ma non ne sono neppure contraria. La utilizzo soprattutto nei video per correggere i colori e cose simili. Non voglio però che si veda l'intervento della macchina, "la cucina" come la chiamo io. Quando sto per scattare una fotografia è già quasi tutto a posto e se sono necessari cambiamenti, faccio subito tutto il necessario. Non sopporto che il ritocco elettronico diventi di per sè uno stile. Le macchine non mi piacciono più di tanto. Le uso come tutti e sono grata della loro esistenza anche se preferisco tutto ciò che è manuale, che ha a che fare con l'artista.
Quali sono gli artisti che la hanno influenzata di più?
S.M.: Penso che più che di un'influenza si sia fatti di tutto ciò che si è amato e odiato, qualcosa visto per strada o di cui si è letto da qualche parte. E' come un potpourri: qualsiasi cosa mi commuova o mi interessi rimane lì. Spesso i fotografi che amo di più non hanno nulla a che fare con il mio lavoro, come Diane Arbus o Robert Frank. Nella moda le mie guide sono state persone come Guy Bourdin, il più importante fotografo francese di moda degli anni Settanta. Fu lui che mi diede la possibilità - e la diede probabilmente anche ad altri - di raccontare storie, di usare la moda come trampolino. Lui associava le immagini di moda con le sue fantasie, come stavano facendo Helmut Newton o Bob Richardson.
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